Archivos de: Mayo 2010
En el pensamiento andino Dios no es Creador sino fuerza ordenadora
En quechua no hay una palabra específica para 'Dios'. Se usa el termino español, pero casi siempre junto a otro nombre o título.
Lo más común es la expresión Taytacha Dios o simplemente Taytacha ('Padrecito'), lo que demuestra el fuerte impacto de la evangelización.
La religiosidad andina no concibe a Dios como una realidad trascendente y absoluta, sino como la red universal de relaciones: Todo está en Dios.
Este 'panenteísmo' andino tal vez tenga una afinidad con el monismo de Spinoza, quien acepta una única sustancia como totalidad de todos los entes interrelacionados, la que es a la vez Dios y la naturaleza.
Por lo tanto 'el Dios Creador' no juega un papel importante en la religiosidad andina.
Los primeros misioneros identificaron al Dios Creador del Génesis con el dios incaico Wiraqocha, introduciendo así una concepción ajena al pensamiento andino. Wiraqocha, al igual que Pachaqamac no es creador ni hacedor, sino ordenador de todo el universo.
Fuente: Josef Estermann
Nota complementaria: oración andina a Wiraqocha
El mar de arriba (Titicaca) y el mar de abajo (Océano)
En los mitos de Huarochirí el mar es llamado "lago", homologándolo con el Titicaca.
Hanan y hurin eran las categorías fundamentales aplicables al espacio de los Incas.
Alto (hanan) y bajo (hurin) estaban ligados por relaciones de alternancia y complementariedad, conllevando implicancias cosmológicas.
El Titicaca (hanan) se refería al mar (hurin) para establecer el equilibrio dinámico que demandaba el desplazamiento no caótico del las aguas y de las esferas.
Eran como el peso y contrapeso de un delicado mecanismo de relojería que permitía, integrando lo dispar, el fluir de la existencia de un modo ordenado y regular.
El Número Cinco
Parece indudable que en la tradición de Huarochirí el número cinco expresaba el concepto de totalidad. El cinco simboliza el centro del cuadrado, la quintaesencia, la síntesis de los cuatro miembros del cuerpo en torno al ombligo o la suma de los cuatro miembros más la cabeza. Es el número de los dedos de una mano y de los orificios del rostro. El quinto lugar corresponde al punto crucial: eje de os cardinales o sitio donde demedian los caminos que dividen el templo, la ciudad religiosa o el plano terrestre en cuatro partes. Era simbolizado por la cruz, la cruz aspada, la equis y los llamados ojos de dios (cruces de hilos), entre otros persistentes emblemas de difusión andina y panregional.
Según Girard la sacralización de la cifra estaría ligada al proceso de germinación del maíz, cuyo primer brote asoma cinco días después de la siembra. Recordemos que en quechua malqui designa tanto almácigo como antecesor muerto, y que el maíz era el cultivo sagrado relacionado con el culto a los muertos (todo lo cual alude a la liberación del alma del cadáver, asimilada a la semilla bajo la tierra).
Carlos Brignardello
Quella cultura del potere che si trova alla radice della crisi delle violenze sessuali
Sono persuaso che l’intera crisi della sessualità sia profondamente legata al potere e al modo in cui il potere funziona nella Chiesa a tutti i livelli, dal Vaticano al sacrestano della parrocchia. Non è il potere di Gesù, che era mite e umile di cuore. Ogni istituzione umana ruota intorno all’uso del potere. Credo fermamente che con la cultura illuminista del controllo la nostra ossessione per il potere si sia aggravata.
Mi torna in mente un vescovo che mi disse: «Da me in giù, nella diocesi sono tutti uguali». E un altro, nel giorno della sua consacrazione, promise che avrebbe servito la diocesi con scettro di ferro!
Quella medesima cultura del potere che si trova alla radice della crisi delle violenze sessuali: la violenza del potere esercitata ai danni dei piccoli e dei vulnerabili. Non avremo una Chiesa sicura per i giovani finché non impareremo da Cristo e diventeremo di nuovo una Chiesa umile in cui siamo tutti pari, figli dello stesso Padre. È allora che Cristo darà ristoro alla nostra vita.
Quella attuale è una crisi tremenda per la Chiesa, ma reca con sé, se l’accettiamo, una promessa e una benedizione. È molto più che la crisi delle violenze sessuali perpetrate su dei minori da parte di alcuni sacerdoti e religiosi. È la crisi di tutta la concezione del sacerdozio e della vita religiosa.
Stiamo vivendo la crisi di tutta quella concezione del sacerdozio, con la sua distanza dalla gente, il suo uso del potere, la sua concezione della morale come controllo. Con nostra grande sofferenza, il Signore sta demolendo le nostre alte torri e le nostre aspettative di gloria e di grandezza, così da poter prendere dimora presso di noi. La grande maggioranza dei preti e dei vescovi che ho incontrato in giro per il mondo sono persone umili e semplici, che vogliono solo servire il popolo di Dio. La maggior parte dei preti che conosco desiderano condividere la vita del proprio popolo e si considerano a sua disposizione.
Sin da quando ho cominciato a viaggiare dentro alla Chiesa, ne sono rimasto profondamente
edificato. E ho avuto la stessa impressione dei tanti preti di questa diocesi che ho incontrato.
E dunque questa crisi può essere l’inizio di un grandioso rinnovamento della Chiesa, nel quale dovremo certamente imparare da Gesù, perché «io sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita».
Timothy Radcliffe O.P.
L'umiltà cristiana si nota nella chiesa?
L’amicizia con Gesù, l’intimità, comporta che s’impari a essere miti e umili di cuore. È allora che troveremo ristoro per la nostra vita. Ma non sono così sicuro che, pensando alla Chiesa cattolica, la prima cosa che ci viene in mente sia l’umiltà. Penso anzi che non sia la caratteristica di nessuna delle Chiese che conosco.
Ho partecipato una volta a un incontro ecumenico a Bari e un importantissimo arcivescovo di un’altra Chiesa mi è venuto vicino, sontuosamente vestito. E mi ha chiesto quale titolo portavo: Sua serenità? Sua beatitudine? Sua magnificenza? Mi è scappata un’impertinenza, e gli ho detto che quando i confratelli volevano essere molto formali, potevano chiamarmi «fra». Allora mi ha chiesto quali fossero i segni della mia autorità di maestro dell’Ordine. Avevo un copricapo particolare? Una croce? E quando gli ho risposto che non ne avevo nessuno se ne è andato via, pensando che chiaramente non valeva la pena di star lì a parlare con me.
Timothy Radcliffe, O.P.
Qualcosa di realmente sconcertante a proposito di Gesù
Ha mangiato e ha bevuto con le prostitute e con gli esattori delle tasse; i suoi amici avevano una pessima reputazione. Non ha aspettato il loro pentimento per invitarli a sedere a mensa. Non ha detto a Giovanna, moglie di Cuza: «Guarda, dopo che sarai rimasta lontana dalla strada per una settimana, potrai venire alla mia festa». Li ha accettati così com’erano.
E d'altra parte, ha proclamato il Discorso della montagna. Ha comandato ai suoi discepoli di porgere l’altra guancia, di amare i propri nemici, di non adirarsi, di essere perfetti come il nostro Padre celeste è perfetto. È molto esigente.
Come ha potuto fare entrambe le cose, essere incondizionatamente accogliente, apparentemente indulgente, ed estremamente esigente? Il criterio è stato quello dell’amicizia di Dio. È solo in un esplicito contesto di amicizia che si può dare un insegnamento morale. Tutto ciò ha delle conseguenze radicali sul modo in cui la Chiesa insegna la morale. Quello che abbiamo da dire è capace di senso solo nel contesto dell’amicizia. Se vogliamo parlare di problemi come l’aborto, il divorzio e il secondo matrimonio, o la questione omosessuale, dobbiamo cercare di essere amici di queste persone. Dobbiamo accettare la loro ospitalità e invitarli nelle nostre case.
Quando ero studente a Parigi, il card. Daniélou morì su un pianerottolo, mentre andava a far visita a una prostituta. La stampa si riempì di insinuazioni piccanti. Ma chiunque conoscesse il cardinale sapeva che era un sant’uomo che stava esercitando la sua cura pastorale verso i disprezzati, come aveva sempre fatto. Stava offrendo amicizia a una persona disprezzata. Ecco che il giogo di Gesù è dolce e il suo peso è leggero perché è l’offerta della sua amicizia, e può essere comunicato solo nell'amicizia.
Quel che c’è da dire, senza dubbio, può venire alla luce solo nell’amicizia.
Solo passo dopo passo, condividendo la fatica e la ricerca, riusciremo a dire la parola giusta.
E tale parola non può mai essere un peso, ma solo un dono.
Timothy Radcliffe
I comandamenti non sono costrizione ma una rivelazione per gli amici di Dio
I comandamenti non sono una costrizione dall’esterno. Sono sempre un invito a entrare in una relazione personale con Dio. «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,2-3).
I Dieci comandamenti significano condividere l’amicizia e la libertà di Dio.
Sono stati dati a Mosè, al quale Dio ha parlato come a un amico.
È la stessa cosa con Gesù. Gesù rivela il suo comandamento nuovo ai discepoli la notte prima di morire, nel preciso momento in cui li chiama amici. «Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).
Timothy Radcliffe
Nella Bibbia 'Obbedire' si dice 'Ascoltare'
Scrive Timothy Radcliffe, O.P.:
L’estate scorsa ho avuto un interessante colloquio col rabbino capo di Gran Bretagna, Jonathan Sachs. Mi ha detto che la Torah non contiene la parola «obbedire», nel senso di sottomettere la propria volontà a un controllo esterno. Quando è stato fondato lo Stato d’Israele, dopo l’ultima Guerra mondiale, è stato necessario prendere in prestito una parola dall’aramaico per «obbedire» nel senso moderno suddetto. Invece la parola ebraica che in genere traduciamo con «obbedire» significa «ascoltare».
In effetti, argomenta l'esegesi:
Nella bibbia obbedire non è un derivato da udire ma una della sue accezioni: è un udire profondo, un aprire le orecchie. In ebraico troviamo sama = ascoltare, nel greco classico c’è upakuw e nel latino c’ è ob-audire; obbedire contiene akuw ascoltare. Il testo greco per tradurre sama usa upakuw, che indica sempre la doverosa obbedienza al messaggio da parte di chi lo ha liberamente e decisamente accettato. E’ espressione di quella religiosità che accoglie la parola di Dio attraverso l’udito e la mette in pratica.
Riflette Bruna Costacurta
Ascoltare con il cuore vuol dire non semplicemente udire, ma entrare in relazione piena con colui che parla, vuol dire aprire l’intelligenza e la volontà a ciò che l’altro dice, vuol dire prestargli attenzione e poi rimanere fedeli, vuol dire impegnare tutta la propria capacità di comprensione, di decisione, di amore. E allora ascoltare vuol dire fare silenzio per permettere all’altro di parlare; ascoltare vuol dire mettersi in un atteggiamento di apertura e di umiltà in cui si lascia spazio all’altro, lo si rispetta e soprattutto lo si riconosce, lo si riconosce come portatore di un dono essenziale per noi e perciò entrando con lui in una relazione dialogica.
Se è così, allora noi ascolteremo e poi quelle parole che avremo ascoltato verranno custodite come bene prezioso, custodite nella memoria, ripensate, meditate, conservate come un bene di cui non possiamo più fare a meno e tutto questo per poter poi quelle parole, così conservate, meditate e custodite, attualizzarle e vivere.
Adesso capiamo perché nella Bibbia “ascoltare” vuol dire obbedire e di fatto non c’è termine per dire obbedire. Il verbo “obbedire” in ebraico non esiste, perché in ebraico è lo stesso verbo per dire “ascoltare”.
Ascoltare vuol dire: aderire con il cuore a ciò che si è udito, farlo proprio e dunque, metterlo in pratica.
El sujeto colectivo (noqayku)
El individuo, en sentido occidental, para la filosofía andina no existe: la relacionalidad es constitutiva para la identidad antropológica andina.
La proposición básica de la antropología (runasofía) andina no podría ser "Cogito ergo sum", sino sería "Celebramus ergo sumus".
El modo primordial de relacionarse en y con el mundo es la celebración (símbolo, ritual), y el 'sujeto' que se relaciona siempre ya es relacional en si mismo ('nosotros')
En los Andes, la entidad colectiva fundamental es el ayllu, la unidad étnica de las comunidades campesinas.
El ayllu es la 'célula de la vida', el 'átomo' celebrativo y ritual, pero también la base económica de subsistencia.
El runa se refiere a los miembros del ayllu por medio de la forma pronominal del sujeto exclusivo noqayaku (nosotros) para diferenciarse de los miembros de otros ayllus, de los mistis (mestizos) y de los wiracochas (blancos).
El sujeto humano primordial en el contexto andino no solo es un sujeto colectivo (nosotros) sino que se define además frente a otro sujeto colectivo.
Noqayku quiere decir 'nosotros como distintos de ustedes', y se define en términos de reciprocidad, complementariedad y correspondencia.
Los principios éticos sociales andinos tienen como punto de referencia los nexos 'naturales' de la consanguinidad, del padrinazgo y compadrazgo y del ayllu, antes que los nexos 'conscientes' de la amistad, del amor al próximo y de la solidaridad con el foráneo.
Las relaciones 'naturales' son de calidad ética primordial porque es en ellas donde se juega la 'justicia' y el equilibrio social y cósmico, porque el sujeto en sentido último es pacha, el universo ordenado e interrelacionado.
Fuente: Josef Estermann, Si el sur fuera el norte

